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Im Westen was Neues

3 marzo 2012 No Comment

Rubrica a cura di Fiammetta Balestracci

La letteratura ha svolto spesso un ruolo importante nella costruzione dell’opinione pubblica tedesca del secolo scorso, dai tempi in cui Thomas Mann, dopo il 1933 e l’inizio dell’esilio forzato, insieme ad altri intellettuali e scrittori tedeschi, aveva levato la sua voce libera per raccontare e denunciare al vasto pubblico dei suoi lettori quanto stava accadendo nella Germania e nell’Europa di Hitler. Così è stato ancora nel secondo dopoguerra, con le narrazioni realistiche ed evocative della guerra della “Trümmerliteratur” e poi con la letteratura politicamente scomoda del Gruppo ’47, fino ad arrivare alla fine degli anni Cinquanta e alla più chiara focalizzazione da parte di alcuni scrittori dell’Est e dell’Ovest delle gravi questioni irrisolte della cultura tedesca del dopoguerra, quali la rimozione del passato recente, così come viene rappresentata nel romanzo allegorico di Günther Grass “Il tamburo di latta (1959), e l’impossibilità di risolvere l’enigma esistenziale di una vita sdoppiata, raccontata da Uwe Johnson in “Le congetture su Jakob (1959). Né meno importante è stato il ruolo svolto dalla letteratura per la formazione di un’opinione non del tutto allineata nella DDR.

Con questa rubrica vorrei tentare, da una prospettiva settoriale come quella degli studi storici, e con la pretesa di un critico letterario apocrifo, prestato ad una materia che non è la sua, nemmeno troppo sapiente e allenato, di portare all’attenzione di coloro che sono interessati alla storia tedesca tematiche che faticano ad entrare nel dibattito storiografico italiano sulla storia della Germania contemporanea, o meglio: tematiche che non hanno ancora trovato il modo di confrontarsi e stabilire linee di confine per poi ricongiungersi nella sintesi di una conoscenza più completa, sottraendo così allo studioso la sorpresa di inaspettati meccanismi di conoscenza e comprensione. La causa di questo sta forse nel peso esercitato dalle linee della continuità nei dibattiti storiografici nazionali e nel loro modo di rapportarsi alla storia degli altri, ma sta forse anche nei limiti che impongono le regole della metodologia storica unita alla scrittura scientifica, a volte di freno all’elaborazione di quello sguardo prospettico sulla realtà che unisce punti di vista e approcci diversi, quello che scaturisce, invece, dal simbolismo della poesia, dalla contaminazione degli stili e dall’accostamento surreale. Cercherò qui di sfruttare la letteratura per effettuare sulla storia tedesca quei voli pindarici e di fantasia che non sempre la scienza ti permette, provando a concedermi qualche licenza poetica, nella forma che ci si può più facilmente concedere quando ci si avvicina al mondo incantato della letteratura. In parte sono convinta che le licenze della forma possano aiutare a sperimentare licenze di contenuto, a penetrare appunto più a fondo il senso delle cose, anche grazie all’empatia che un linguaggio non scientifico può produrre tra il suo autore e la realtà che vuole descrivere, permettendogli al tempo stesso, come io mi auguro per me stessa e per chi vorrà intervenire su questa rubrica, di esprimere la propria sensibilità più di quanto non glielo permetta la narrazione della scienza storica.

 

 
 
 
 
Su una storia di sentimenti e non conformismo
 

 “Tu non sei come le altre madri è stato forse il libro di maggior successo di Angelika Schrobsdorff, apparso per la prima volta in Germania nel 1992, ristampato nel 2006 e oggi proposto anche in traduzione italiana (edizioni e/o, 2011). Anche questa volta la storia si snoda intorno alla biografia di una donna, Else Kirschner, madre dell’autrice, e lentamente prende la forma di una saga familiare e nazionale, che si dipana dall’età guglielmina, con le sue rigide divisioni sociali e culturali ma evidentemente anche con i suoi casi di non conformismo, sino al secondo dopoguerra e alle miserie di un paese lacerato e caduto nel caos, luogo di miseria ma anche di opportunità inaspettate per chi voglia e sappia approfittarne. La scenografia iniziale è quella del salotto buono di una famiglia di commercianti ebrei di tessuti, della media borghesia – ricorda vagamente quella della famiglia di Gregor Samsa – strettamente osservante e attaccata alla separatezza della propria vita di ebrei praticanti, una vita che per le sue rigidità e chiusure mette a disagio e in qualche modo annoia Else, desiderosa da molto presto di conoscere il mondo dei non ebrei, perché il suo lo conosceva abbastanza: «Erano tutti commercianti di tessuti, cuoio e pellicce, parlavano un gergo orribile ed erano rozzi e ignoranti». Lo sconfinamento nell’altro mondo si rivelerà difficile e doloroso – come l’incubo della metamorfosi di chi invece non riesce ad uscirne? – per le incomprensioni generate dalla violazione di una norma che ha valore fondante per l’identità di appartenenza famigliare, sociale e culturale. E avviene perché la tradizione ha anche insegnato che l’amore, e i figli, sono l’unica vera grande gioia di una donna. Quindi, per quanto irragionevole, l’amore per un uomo non ebreo, il futuro scrittore e drammaturgo Fritz Schwiefert, scatena quel moto interiore che permette di mettere in discussione le regole sociali e di realizzare, a dispetto delle regole, il desiderio profondo di uscire dai limiti del perimetro familiare. E non ci sono meccanismi sociali e culturali che possano opporvisi. Se questo episodio di vita non fosse isolato e fosse piuttosto il sintomo di un movimento atipico – di genere? – che dal livello personale raggiunge quello collettivo sul piano sociale, potremmo pensare che il sistema sociale guglielmino non fosse così «bloccato» come si è teso a sostenere, che non fosse regolato solo da interessi di ceto e da corporazioni economiche e che, in definitiva, le recenti ipotesi metodologiche proposte dal gruppo di lavoro coordinato da Ute Frevert sulla “Gefühlsgeschichte” non siano poi del tutto peregrine. L’ipotesi di fondo è infatti che le emozioni, più di quanto non si sia voluto riconoscere sino ad oggi, abbiano condizionato l’andamento della storia in modo quanto meno utile a reinterpretare fenomeni sociali nazionali, come il patriottismo, internazionali, come l’internazionalismo socialista, di classe e di genere, come in questo caso. L’esperienza di Else sembrerebbe dimostrare che all’interno della società guglielmina esistevano potenzialità dinamiche legate a un certo anticonformismo che dovrebbero essere prese più seriamente in considerazione, tenendo conto oltretutto che ci troviamo di fronte alla scelta di una donna ebrea che compie con un solo atto tre tipi di ribellione sociale, quella nei confronti della famiglia, quella sociale di passaggio verso una situazione economica più disagiata e quella culturale-religiosa, scelta non conformista che ripeterà ben due volte ancora negli anni successivi, fino alla fuga in Bulgaria nel 1939. O si trattava di una donna davvero eccezionale? In ogni caso il mutamento di prospettiva esistenziale si rivela decisivo. Sebbene le relazioni affettive e la nascita dei figli scandiscano poi la vita di questa donna, secondo un copione di vita piuttosto tradizionale, tutta la sua esistenza sarà anche segnata dalla ricerca di costruzione di  un’autonoma e costante rete di relazioni sociali e di conoscenze che costituisce, lungo tutto il corso della sua esistenza, l’altro grande bacino di realizzazione, all’interno di un corpo sociale dai contorni incerti e nient’affatto predefiniti. Un corpo sociale che non pare affatto preparato a una presenza pubblica femminile sganciata dai sistemi parentali, dalle consuete dinamiche di genere, ma che tuttavia soprattutto nel corso dei ruggenti anni Venti sembra sfumare i confini del proprio perimetro e dei propri spazi, si ridefinisce continuamente. E se seguiamo queste trasformazioni, dal periodo prebellico sino al secondo dopoguerra, dobbiamo renderci conto della profondità e della fatica esistenziale ed emotiva dei cambiamenti che tali rimodellamenti sono costati sul piano personale a chi li ha vissuti. Lo stacco e il cambiamento dall’età prebellica sul piano sociale e culturale si fanno però sentire e hanno un forte impatto sulla vita della protagonista, per quanto già versata spontaneamente all’anticonformismo. Sono le feste del felice periodo weimariano, come li presenta la stessa autrice, lo spazio di movimento e crescita personale di Else, dove fioriscono nuove possibilità di relazione dopo il fallimento del matrimonio: con Hans Huber, figlio dell’allora ministro bavarese dell’agricoltura, appartenente a una famiglia facoltosa di Monaco, dalla cui unione nascerà Bettina, la secondogenita di Else; con Erik Schrobsdorff, primogenito di una famiglia di Junker prussiani, coinvolto da quel momento, suo malgrado, nella saga umana e personale di una donna ebrea non convenzionale che lo costringerà a fare delle scelte di vita difficili e ad assumersi responsabilità sociali che andavano contro qualsiasi tentativo di rispetto della tradizione e delle convenzioni. Il giudizio dell’autrice sull’aristocrazia prussiana da cui proviene il padre è nel complesso ambivalente: da una parte se ne rimarcano tutti i limiti umani, dovuti alla volontà di salvaguardare i privilegi sociali su cui si reggeva l’identità di una tradizione che era anche culturale; dall’altra se ne riconosce il positivo ruolo critico esercitato nella fase di radicalizzazione della violenza nazionalsocialista, ben prima dell’attentato a Hitler del luglio del ’44, sebbene, almeno così sembrerebbe, non veramente espresso sul piano pubblico. Commenta infatti l’autrice, riportando il sentire paterno, che quando ormai era iniziata la persecuzione sistematica degli ebrei, la convinzione che la Germania degli intellettuali avrebbe potuto raddrizzare le selvagge tendenze naziste aveva cominciato a svanire. Ma di un’altra cosa sembra certa l’autrice, e cioè che «se tutti avessero opposto una resistenza passiva allora le cose sarebbero andate diversamente», secondo un’opinione che trova conferma anche sul piano storiografico, là dove si scrive che «la Germania sapeva» e fu in larga parte il conformismo di coloro che si adeguarono alle nuove disposizioni di legge contro gli ebrei a decretarne la progressiva espulsione dalla società e a renderne possibile l’eliminazione (Eric A. Johnson e Karl-Heinz Reuband, La Germania sapeva. Terrore, genocidio, vita quotidiana. Una storia orale, Mondadori, Milano, 2008). Lei, però, l’autrice nel suo ruolo di bambina, «non sapeva nulla», non avrebbe cioè saputo nulla delle minacce che incombevano su di lei in quanto Halbjüdin fino a guerra scoppiata, sin dopo la decisione di emigrare in Bulgaria, dopo la “notte dei cristalli”, e fino all’introduzione delle leggi razziali in Bulgaria nel 1942, dopo la conversione della madre alla religione russo-ortodossa per salvare la piccola famiglia trapiantata e gli incontri sempre più radi con il padre «ariano» rimasto a Berlino.

La saga familiare si conclude con la fine della guerra, in una Germania desolata e caduta in miseria, anche in casa Schrobsdorff: «Tutto distrutto, ridotto in pezzi. Gli armadi a muro, i rivestimenti in legno, i soffitti a cassettoni, il parquet divelti e devastati, i lavandini e le vasche di marmo demoliti. Resti di mobili sparsi ovunque, in mezzo materiali da costruzione, casse, legno, pietre, cartone catramato..». L’intimità delle case, delle famiglie, delle persone viene divelta, qui metafora di un intero paese, che come il privato, va in pezzi (così ci conferma anche Axel Schildt nel capitolo sul dopoguerra in Id. e Detlev Siegfried, Deutsche Kulturgeschichte: die Bundesrepublik 1945 bis zur Gegenwart, Hanser, 2009). Da un piccolo appartamento di Berlino, dove convive insieme al marito e alla sua nuova compagna – ecco le sperimentazioni familiari portate dalla guerra anche in Germania! – , e poi dalla nuova postazione di Garmisch, Else continua sino agli ultimi giorni di vita nel 1949 a scrivere alle figlie. E lì si chiude la sua storia.

Angelika Schrobsdorff, Tu non sei come le altre madri, e/o, Roma, 2011 (Du bist nicht so wie andre Mütter, Deutscher Taschenbuch Verlag, München, 1992)

 

Fiammetta Balestracci

 
 

Se penso a Dora Fabian

 

Se penso a Dora Fabian, una dei protagonisti dell’ultimo romanzo della scrittrice australiana Anna Funder, mi viene subito da pensare agli spazi di libertà individuale che, con la nascita della repubblica di Weimar, si erano aperti non solo per le donne, ma in generale per tutta la società tedesca del dopoguerra. Con il progetto di una repubblica parlamentare si era cercato di dare vita a un esperimento politico e istituzionale che, nonostante fosse nato attraverso una serie di patti, a mio giudizio scellerati e gravidi di conseguenze, tra i socialdemocratici al governo e i detentori del vecchio potere imperiale, come l’esercito e gli agrari, e nonostante, anche attraverso questi patti, fosse stata concessa di fatto una legittimazione istituzionale alla violenza diffusa; al suo interno avevano potuto stabilirsi e svilupparsi nuovi modi di immaginare la partecipazione politica, le relazioni sociali e affettive, gli spazi cioè della vita, pubblica e privata, degli uomini e delle donne. E Dora Fabian (1901-1935), che, come la maggior parte dei personaggi attorno a cui si sviluppa il romanzo di Anna Funder, è realmente esistita, mi pare che avesse esaudito pienamente con la sua storia le aspettative di libertà e cambiamento – culturale, sociale e di valori – che in molti avevano riposto nel progetto repubblicano. Nata Heinemann, figlia di una famiglia di ebrei, era stata in prima fila in occasione di molte battaglie politiche e civili condotte dal partito socialdemocratico indipendente, sino al momento dell’esilio forzato dopo le purghe seguite all’incendio del Reichstag. Era stata, all’indomani della guerra, assistente personale di Ernst Toller, il drammaturgo tedesco, fautore insieme agli anarchici Gustav Landauer ed Erich Mühsam della repubblica dei consigli bavarese, e protagonista insieme a Dora, nella vita come nella finzione, di una storia d’amore libera e fuori dalle convenzioni sociali e morali. A Berlino era stata assistente di Mathilde Wurm, deputata socialista indipendente e, per restare sulla scia dell’intreccio tra pubblico e privato, moglie del deputato socialista Eduard Wurm, principale oppositore in parlamento, durante la guerra, degli interessi dei grandi latifondisti prussiani e sottosegretario all’agricoltura nel primo governo postbellico repubblicano. L’insieme di questi legami politici, di amicizia e di affetto, apparentemente episodici e legati al piano unidimensionale dei rapporti personali, costituisce di fatto la struttura polivalente di un modello di politica e di società a cui l’autrice si rivolge, con intelligenza e sensibilità, per farne il centro della rappresentazione di un’epoca storica. Ad essa attinge a piene mani per lasciare emergere infatti le esperienze e le vicende pubbliche e private degli uomini e delle donne di diverse generazioni che, con gloria e poi con terrore, hanno attraversato la storia tedesca della prima metà del ‘900, passando attraverso l’esperienza traumatizzante della guerra e gli anni esaltanti della stagione collettiva e rivoluzionaria del dopoguerra, come nel caso di Toller, sino agli anni della paura, dell’emigrazione forzata e in alcuni casi della morte. Dora Fabian, che forse è la vera protagonista del romanzo, perché è dalla necessità di ricordarla e di raccontare il rapporto con lei che scaturiscono le voci narranti della cugina Ruth Blatt e di Toller, mi ricorda l’intelligenza e il coraggio di altre e più note figure femminili della storia tedesca di quegli anni, come Rosa Luxemburg e Sophie Scholl, per cui allo stesso modo l’impegno politico era venuto prima della vita privata e, almeno per Dora, nessun legame affettivo aveva potuto essere così importante da diventare esclusivo e motivo per mettere da parte l’impegno politico. Penso che a lei l’autrice abbia voluto fare, più che agli altri, un omaggio, a questa eroina meno nota della Resistenza tedesca, definita da alcuni politici inglesi, che l’avevano conosciuta nel periodo dell’esilio a Londra, come la donna più coraggiosa che avessero mai incontrato. Ma non solo ai suoi gesti di coraggio, e dunque alla sua eccezionalità, piuttosto alla sua esemplarità, alla possibilità cioè di raccontare, attraverso il personaggio pubblico e privato, la complessità di un’epoca. Epoca che ha messo a dura prova il rapporto tra individuo, società civile e società politica nel passaggio traumatico e repentino da un sistema liberale e democratico, che a questi spazi aveva cercato di riconoscere autonomia di interazione, a un regime totalitario e liberticida, che anche con l’annullamento di questa autonomia aveva voluto spegnere qualsiasi relazione dialettica tra la politica e il personale. Ed è rispetto ai mutamenti ingenerati da tale passaggio che la figura di Dora assume una carattere paradigmatico. Nella prima parte del racconto, infatti, subito dopo la guerra c’è soprattuttola Libertà, per una donna, di svolgere un ruolo pubblico e di intrecciare tramite questo una fitta rete di relazioni di amicizia e affettive che facevano di rimando da volano all’impegno politico: con Walter Fabian (1902-1992), pubblicista socialdemocratico e poi tra i fondatori nel 1931 della Sozialistische Arbeiterpartei e con cui sarebbe stata sposata per un anno, secondo quanto ci racconta la scrittrice australiana; con la cugina Ruth, che è l’amica leale; con il pubblicista Bernhard Jakob e quindi con Toller e molti uomini politici, che sono per Dora l’autentica occasione per esercitare un diritto di libertà e condivisione, di se stessa oltre che di un progetto politico. Nel romanzo si legge che Dora aveva protestato contro il divieto di aborto per invocare la libertà sessuale di tutti – «delle donne, degli omosessuali e dei prigionieri» –, sino ad autodenunciarsi pubblicamente. Così, tanti anni dopo, Ruth rifletteva sulla relazione di Dora con l’attivista pacifista inglese Fenner Brockway: «A quei tempi credevamo nella libertà più totale. Avevamo visto così tanti ragazzi morire in guerra da convincerci che la vita fosse breve, e precaria. Era assurdo non amare qualcuno quando se ne presentava l’occasione. Al confronto gli hippy degli anni sessanta e settanta mi sembrano così insulsi e banali, così poco originali». In tutto il romanzo si riflette più o meno esplicitamente sul rapporto tra politica, sentimenti e morale, e netta è la sottolineatura del tema della libertà o della liberalizzazione dei costumi nel periodo tra le due guerre. L’impressione che se ne trae è che le conquiste fatte dopo la grande guerra non vadano perdute negli anni seguenti, rimangano come sotto traccia per alcuni decenni e tornino a farsi sentire negli anni ’60 e ’70, quasi l’emancipazione femminile e la liberalizzazione delle relazioni affettive siano da intendersi come fiumi carsici che hanno continuato a bagnare e scavare strati portanti della società europea del Novecento. Lo stato della famiglia all’epoca di Weimar, alla luce di un dettato costituzionale che per la prima volta nella storia tedesca contemporanea con 3 articoli (artt. 119-121) si proponeva di tutelare la famiglia e il matrimonio e che era stato il compromesso di culture politiche e concezioni che su questi temi avevano a lungo faticato a conciliarsi, da quella cattolica a quella socialdemocratica, nella finzione delle molteplici storie di coppie evocate nel romanzo appare anche più difficile da valutare: è un disordine iperbolico quello che Anna Funder ha voluto raccontare, oppure dobbiamo pensare che le abitudini affettive dei tedeschi del dopoguerra in alcuni milieu sociali e culturali fossero assai più varie e avanzate di quanto ancora oggi non si voglia raccontare? E le esperienze delle guerre e dell’esilio erano state paradossalmente un momento di valorizzazione di quella varietà di relazioni a cui facevano riferimento Dora e Toller, oltre che l’occasione della crisi di consuetudini affettive e di relazione consolidate?

Nella seconda metà del romanzo, nel tempo dell’esilio, c’è soprattutto la difficoltà a mantenere e far fruttare la Libertà conquistata, a tutti i livelli: nell’angusto e ambiguo status del rifugiato politico, ossia del cittadino libero sino al momento in cui la sua libertà di espressione non lede la ragione dello stato ospitante e al tempo stesso rimane suddito all’estero di un regime totalitario capace di isolarlo nel suo spazio pubblico e privato anche fuori dai confini nazionali. In questa fase il felice connubio tra vita pubblica e vita privata, quale fattore di moltiplicazione esistenziale, si ribalta nel suo contrario. È il potere che ignora il rispetto per qualsiasi relazione dinamica tra individuo, società e politica, personale e collettivo, che inghiotte con l’invasione pervasiva del privato tutte le libertà individuali, anche quelle pubbliche.

E proprio rispetto a questo problema non meno emblematica mi pare possa essere considerata la figura di Hans Wesemann (1895-1971), il marito di Ruth, amico di Dora, Toller e di molti altri politici e intellettuali della sinistra socialista e comunista dell’epoca, giornalista e polemista antinazista durante Weimar, il quale, nel vuoto esistenziale causato dall’esilio e dal distacco forzato dalle proprie occupazioni professionali e politiche, si trasforma nell’uomo debole, ambiguo e traditore, fautore di una serie di omicidi politici, come quello del suo migliore amico, il saggista Bernhard Jacob. Dora Fabian e Hans Wesemann rappresentano l’emblema di due scelte esistenziali contrapposte, nel corso delle quali la trasformazione dei rapporti e dei nessi tra convenzioni sociali, morale e politica ha seguito percorsi alternativi, originando contesti umani e ideali in conflitto tra loro. Il destino di Wesemann, tra l’altro, fuori dal romanzo, ma come l’autrice lascia intuire, non è stato diverso da quello di altri nazisti, che nel dopoguerra erano emigrati in Sudamerica e avevano continuato, indisturbati per diversi anni, a condurre una esistenza normale. E qui, se dal piano individuale si ci sposta su quello della geopolitica, quello che emerge dal romanzo è il conflitto tra l’Europa nazista del Nuovo Ordine Europeo e l’Europa (l’Occidente) degli antifascisti, di una realtà di quotidiana conquista della sopravvivenza materiale, politica, intellettuale e morale. Di questa stessa Europa faceva parte Erich Maria Remarque, scrittore acuto e sensibile, pacifista, anch’egli, come Dora, Ruth e Toller, ben consapevole dell’assurdità di una vita sacrificata sui campi di battaglia, anch’egli esule dal1931. A Remarque sapevo che avrei dedicato il titolo della rubrica, ancor prima di aver scelto il libro per la prima recensione.

Anna Funder, Tutto ciò che sono, Feltrinelli, Milano, 2012, 396 pp., 19 euro (ed. or. All That I Am, 2011)

Fiammetta Balestracci

 

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